La passione secondo Giulia

Aron Demetz – MANN Autarchia

La storia dell’emancipazione femminile può essere raccontata anche dall’angolazione privilegiata del palcoscenico teatrale, perché a ben vedere una parte di quella storia è connessa a doppio filo con la storia musicale.

A Napoli, città insieme sensuale e musicale, questo racconto inizia da lontano, ma il settennato che prende vita durante la metà del secolo XVII sarà indimenticabile per la storia della musica in generale e per le donne, anche se ancora con poca presa di coscienza da parte di queste ultime

Se all’epoca – per limitare il mercimonio della carne – era normale e regolamentato l’uso del corpo delle donne di locanda, per le stesse ragioni era consentito alle cantanti d’opera buffa soggiornare entro le mura della città di Napoli nei periodi in cui rimanevano senza contratti di palcoscenico.

Il teatro d’opera (che si inventa e si inizia a divulgare dalla seconda metà del ‘600) diventa quindi il punto di arrivo privilegiato per quelle cantanti, donne ambiziose, desiderose di migliorare la loro condizione sociale.

Montesanto – La Banalità dell’Amore

In questo quadro, appare sulla scena napoletana Giulia De Caro, nata nei vicoli della Pignasecca, sopravvissuta a soli dieci anni alla peste del 1656 e venduta a quattordici, ogni sera, negli stessi vicoli, dal marito e dal suo padrone.

Quel destino comune, proprio di tante donne, sarà però rivoluzionato dalla sua bellezza, dalla sua intelligenza e dalle sue capacità canore.

Giulia De Caro si rivelò donna abile negli affari – investiva in argenti lavorati, nel prestito di danaro al cinque e mezzo per cento di interesse e in arrendamenti di Stato al sette per cento – ma soprattutto una buona cantante. Diventerà la prima impresaria teatrale del San Bartolomeo di Napoli, il più importante teatro dell’epoca, scritturando tra i primi quegli artisti che daranno il via alla fenomenale storia musicale napoletana (tra tutti, l’abate Pier Andrea Ziani – futuro Primo Maestro della Real Cappella – Francesco Provenzale e Antonio Cesti).

La sua fortuna non durerà però a lungo.

Napoli, città che tra i suoi difetti annovera l’invidia, non le perdonerà mai le sue umili origini, né il suo antico mestiere: verrà additata alla pubblica vergogna e sarà imprigionata nel Convento delle Pentite alla Pignasecca.

Da qui uscirà solo attraverso il matrimonio con suo ammiratore, unica via per la libertà, offerta dalla legge dell’epoca.

Giulia De Caro terminò i suoi anni conducendo una vita ritiratissima con suo marito in una villa sopra Capodimonte, indifferente agli allettamenti della vicina città, di cui per tanti anni era stata la dominatrice assoluta.

Le arie dalle opere di Giulia De Caro – Collezione MANN      https://adagiosonoro.bandcamp.com/releases